Incarico di costituire un nuovo governo

1989-07-26 - Giulio Andreotti


Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, quasi tre anni ci separano dal termine naturale della decima legislatura: un lasso di tempo che non possiamo disperdere se vogliamo che il nostro paese mantenga il passo con i suoi partners comunitari più avanzati.
Il 1993 non significa per noi soltanto la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi all'interno della Comunità europea. Il Mercato unico ha per noi un valore più impegnativo per ché costituisce il banco di prova della nostra capacità di essere non soltanto europeisti ma anche, e soprattutto, europei.
Essere europei nell'Italia di oggi significa comprendere che l'Europa non è un sentimento bensì un compito; significa saper far corrispondere i fatti alle parole, i comportamenti agli impegni, la concretezza delle realizzazioni alla generosità degli ideali.
La decima legislatura è nata all'insegna di questa aspirazione ad un'Italia più moderna, più all'altezza dei tempi, più partecipe ai benefici dell'integrazione europea attraverso la maturazione di una capacità di confrontarsi con una dimensione sovranazionale.
Già l'azione del Governo De Mita era stata impostata e condotta per far fronte a queste esigenze ed aveva posto le premesse per consentirci di non giungere impreparati all'appuntamento del 1993.
Tuttavia, il cammino dinanzi a noi è ancora lungo ed impervio e la solidarietà delle forze politiche che concorrono a formare questo Governo e la capacità del Governo stesso ad un costruttivo dialogo con il Parlamento da cui trae la propria legittimazione democratica sono condizioni indispensabili per percorrerlo fino in fondo, nella consapevolezza che sugli obiettivi come tali esiste un larghissimo consenso comprovato in ogni dibattito che riguardi appunto lo sviluppo dell'Italia in chiave europea.
Noi non partiamo, davvero, da zero ed abbiamo alle nostre spalle un intenso lavoro, concretato anche in proposte già depositate o in corso di esame nelle due Camere.
L'esperienza ci insegna che nell'impostare l'azione di Governo dobbiamo evitare di tracciare programmi onnicomprensivi, destinati a restare sulla carta; dobbiamo, invece, con costante senso dei nostri limiti, individuare concretamente le cose che veramente si possono e si debbono realizzare, facendo convergere su di esse l'azione concorde e convinta dei ministri, in un rafforzato spirito di collaborazione con il Parlamento e secondo le aspirazioni delle forze rappresentative di una società ricca e complessa quale è quella della nostra patria.
L'integrazione europea è destinata a modificare i tradizionali modelli di vita, ad incidere sui nostri comportamenti fino a creare a livello continentale una società più avanzata e più omogenea. Per questo, l'Europa non si può fare senza sollecitare e, aggiungerei, motivare adeguatamente la partecipazione convinta dei cittadini ad un processo di così vaste proporzioni e di così profonde implicazioni anche sul piano del riconoscimento dei diritti sociali fondamentali, quali sono stati elaborati recente mente dalla Comunità in progetto di Carta che ha trovato finora il consenso di 11 paesi.
Le tappe della realizzazione del Mercato unico sono già fissate.
Il 1° gennaio 1993 entrerà in vigore il complesso delle misure volte a conseguire la totale libertà di circolazione, tra i Paesi membri, delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi. Ma già fra un anno vi sarà la completa libertà di movimento dei capitali e dovrà essere attuata, almeno in parte, l'armonizzazione fiscale.
Il secondo semestre del 1990 si annuncia carico, per l'Italia, di particolari responsabilità per il suo turno di presidenza comunitaria, soprattutto perché spetterà a noi di convocare la conferenza intergovernativa per la definizione delle modifiche dei trattati esistenti, necessarie per giungere all'unione economica e monetaria.
Queste scadenze costituiscono tappe intermedie per trasformare gradualmente la Comunità europea in un'unione politica. Si tratta di un orizzonte ancora lontano, ma i cui contorni cominciano ora a precisarsi a seguito degli impegni assunti nell'Atto unico europeo e nei Consigli europei di Hannover e di Madrid. L'Italia deve esercitare un'azione di stimolo per corrispondere — anche attraverso le iniziative dei nostri deputati eletti a Strasburgo — al messaggio del referendum del 18 giugno accolto con così significativo consenso popolare.
Diventa, quindi, urgente — voglio sottolinearlo — accelerare la preparazione della nazione al fine di favorire non soltanto l'adattamento dell'ordinamento italiano alla normativa comunitaria ma anche di rendere più pronte le strutture dello Stato e creare, così, tutte le condizioni affinché la nostra società e la nostra economia siano all'altezza delle sfide del terzo millennio.
In particolare, per la pubblica amministrazione si tratterà di fare in modo che essa possa far fronte con agilità ed efficacia ai compiti che l'attendono, evitando che la sua azione si traduca in un fattore di ritardo nel nuovo clima di competitività a livello continentale. Ritardo che, confessiamolo, rappresenta anche non di rado uno dei motivi più diffusi della insoddisfazione dei cittadini.
Per il raggiungimento di questi obiettivi abbiamo scelto di concentrarci, anzi tutto, sul sollecito recepimento della normativa comunitaria, destinata a pesare in misura sempre più ampia e diretta sulla nostra realtà quotidiana.
Nel prossimo decennio la parte prevalente della nostra legislazione economica e, forse anche, della nostra legislazione fiscale e sociale sarà di origine comunitaria: di qui la necessità di apprestare, sia a livello legislativo che a quello dell'esecutivo, gli strumenti idonei a recepire puntualmente sul piano interno la normativa comunitaria e a verificarne in maniera costante il grado di attuazione, dopo aver cercato di portare il massimo contributo nella fase elaborativa a Bruxelles e a Strasburgo.
Per conferire maggiore dinamismo a tale processo, prevediamo su questo tema una riunione mensile del Consiglio dei ministri, mentre al Dipartimento per il coordinamento delle politiche comunitarie spetterà di preparare convenientemente le decisioni del Consiglio e di verificarne l'attuazione.
Un valido sostegno potrà venire anche in questo comparto dalla collaborazione del rinnovato Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, cui chiederemo di fornirci ogni suggerimento utilizzando la preziosa esperienza congiunta sia delle categorie economiche e professionali che dello Stato e del parastato.
Nelle relazioni tra il Parlamento e le istituzioni comunitarie sembra necessario porre allo studio una modifica regolamentare per istituire anche alla Camera dei deputati, come già al Senato, un organo permanente (qui presieduto con tanta efficacia dal senatore Malagodi), cui imputare la vasta gamma di funzioni e di relazioni concernenti la Comunità europea, in stretto raccordo con le Commissioni esteri e le altre Commissioni di merito.
L'adeguamento delle strutture dello Stato alla realtà europea dovrà tenere conto di un contesto di accresciuta compenetrazione delle dodici società, di parziale delega delle sovranità nazionali e di valorizzazione delle autonomie locali.
In un'Europa che non è la costruzione di soli governi ma che fa appello all'interesse e al concorso di tutti diventa indispensabile un'informazione tempestiva e diffusa sui diritti, sui doveri e sui vantaggi del Mercato unico. È opportuno, quindi, un sistema centrale con ampie diramazioni periferiche per rendere edotti i cittadini sulle possibilità offerte dall'accresciuta integrazione. Si tratta, in sostanza, di allargare la funzione che già è svolta per la piccola e media impresa dalle camere di commercio, industria e artigianato, attraverso gli «eurosportelli».
Il recepimento della normativa comunitaria e l'informazione ai cittadini sono condizioni necessarie ma non sufficienti per trarre fino in fondo profitto dallo sforzo di integrazione europea. In una economia sempre più basata sul terziario, i servizi — e mi riferisco in particolare a quelli pubblici essenziali — devono essere gestiti a costi contenuti e in condizioni di regolarità ed efficienza per evitare oneri soffocanti per una economia che è chiamata ad un confronto di competitività su scala mondiale e per evitare di essere noi anelli spezzati in una catena di globale pubblico servizio dei Dodici.
A questo punto il discorso sulle strutture coinvolge, in primo luogo, le istituzioni, il loro rafforzamento, il loro ammodernamento nel quadro disegnato dalla Costituzione.
Mi viene in mente una frase di Jean Monnet: «Nulla è possibile senza gli uomini, nulla è durevole senza le istituzioni». In un momento di vivo dibattito mi sembra che nostro compito sia quello di trovare un giusto equilibrio tra strumenti consolidati attraverso l'esperienza ed esigenze di efficienza, di snellezza e di partecipazione; ma si tratta anche di ricondurre alla loro originaria motivazione fonti di produzione normativa, quale la decretazione d'urgenza, che il Governo si propone di esercitare con criteri di grande rigore.
Il Governo chiede di portare a compimento nel più breve tempo possibile — sarebbe l'ideale se potessimo farlo prima delle vacanze — l'esame dei decreti-legge tuttora pendenti innanzi alle Camere, evitando al massimo quel rinnovo dei decreti non accolti né respinti che non può la sciare indifferenti per la sua potenziale pericolosità costituzionale.
Per quanto riguarda la legislazione ordinaria è possibile correggere quanto c'è di meramente ripetitivo nel bicameralismo.
Raccogliendo gli orientamenti emersi in sede parlamentare sul «bicameralismo procedurale», la doppia lettura potrebbe continuare ad essere applicata a materie di particolare rilievo (costituzionali e di bilancio, ad esempio) e ad alcuni tipi di provvedimento (deleghe e decreti-legge); mentre per la restante legislazione dovrebbe essere di regola sufficiente l'esame completo ed analitico ed il voto di una sola Camera. La seconda Camera potrebbe tuttavia a maggioranza chiedere di riesaminare il testo legislativo: in difetto di tale decisione il provvedimento si intenderebbe definitivamente approvato. Se nel frattempo le due Camere si accordassero, de facto e a titolo sperimentale, per approvare con la procedura più agile i testi che sono già stati studiati e approvati da un solo ramo del Parlamento, daremmo subito una risposta concreta a questa esigenza di speditezza legislativa.
L'ipotesi, coltivata da uno dei partiti della coalizione, di introdurre nel nostro ordinamento l'istituto del referendum propositivo è materia di grande importanza: essa merita adeguati approfondimenti politici e giuridici che tengano conto del carattere innovativo dell'istituto.
La Costituzione repubblicana esalta il valore delle autonomie locali in una società pluralista; e l'evoluzione sovranazionale delle nostre istituzioni tende a rafforzarlo.
Il Governo ritiene che la riforma delle autonomie locali vada approvata entro quest'anno, risolvendo i problemi tutt'ora aperti quali la creazione delle aree metropolitane, forme più snelle nei controlli, maggiore responsabilizzazione nei processi di spesa con attribuzione agli enti locali di nuove aree di imposizione.
Nell'ambito della riforma delle autonomie locali potrà essere oggetto di valutazione, oltre che il sistema fiscale, l'eventuale modifica del sistema elettorale, correggendo, tr